Almè a Bergamo: Il Comune Più Videosorvegliato d’Italia – Sicurezza o Invasione della Privacy?

Ad Almè, cintura di Bergamo, quasi duecento occhi elettronici osservano piazze, incroci, piste ciclabili. Alcuni li noti al volo, altri si mimetizzano sui pali. C’è chi ci cammina sotto più sereno, e chi alza lo sguardo e si chiede: ma dove finisce la cura e dove inizia l’invasione?

A fare notizia è la videosorveglianza diffusa. Poco meno di 200 telecamere già attive su tutto il territorio. E il Comune annuncia nuovi punti di ripresa a breve. Un numero alto per un paese che non è metropoli. Lo capisci quando, la sera, la lucina rossa ti segue mentre parcheggi vicino alla farmacia.

Non esistono classifiche ufficiali nazionali aggiornate. Ma Almè si candida a essere tra i centri più coperti in Italia. Il motivo dichiarato è chiaro: più sicurezza, più deterrenza contro furti e vandalismi, maggiore supporto alla Polizia locale. E qui i cittadini si dividono. Il barista in via centrale ti dice che la telecamera sopra l’insegna ha calmato le notti del weekend. Una runner al parco ammette che si sente protetta, però non le piace l’idea di essere registrata mentre allaccia le scarpe.

Quante telecamere, dove e perché

Il reticolo copre punti sensibili: ingressi al paese, rotonde, scuole, parcheggi, fermate dei bus, aree verdi. In molti Comuni sistemi simili includono varchi con lettura targhe per veicoli segnalati o senza assicurazione; per Almè non ci sono dati pubblici dettagliati, ma il profilo d’uso è comparabile. Le immagini aiutano nelle indagini su reati predatori e incidenti stradali. Non fermano tutto, però “raffreddano” certi comportamenti. E danno alla centrale operativa una mappa viva del territorio.

Privacy: regole, diritti, limiti

La privacy non è un optional. Le telecamere devono essere segnalate, con cartelli ben visibili. I filmati sono dati personali. Li gestisce un titolare (il Comune) con regole UE (GDPR) e italiane. L’accesso è tracciato e ristretto a personale autorizzato o forze dell’ordine. I tempi di conservazione, di norma, sono brevi: spesso pochi giorni, e si estendono solo se serve per un’indagine. Se ti riguarda, puoi chiedere di vedere o cancellare le immagini, nei limiti di legge. Sulle funzioni “avanzate” vale una nota netta: in Italia il riconoscimento facciale generalizzato non è ammesso; i Comuni in genere non lo usano. Ad Almè non risultano annunci ufficiali su software di profilazione: assenza di dati, nessuna certezza. Qui conta la trasparenza: pubblicare mappa dei punti, tempi di conservazione, procedure di accesso, chiavi di contatto del Responsabile privacy. È ciò che fa la differenza tra controllo e fiducia.

C’è poi l’effetto che non si misura coi numeri. La percezione. Sapere di essere ripresi cambia i gesti? Forse sì. Ti fa evitare scorciatoie al volante, ma può farti sentire sempre in vetrina. Eppure, in un paese dove il campetto è a due passi dal municipio, la rete di occhi potrebbe diventare anche un patto: io rispetto gli spazi di tutti, tu proteggi i miei.

Il punto vero, ad Almè, è la manutenzione di questo patto. Più controllo del territorio, sì, ma con regole chiare, costi sostenibili, verifiche periodiche, audit indipendenti. E con la possibilità per i cittadini di dire la loro: assemblee, report semestrali, valutazioni d’impatto leggibili. Alla fine, la luce rossa sul palo non valuta chi siamo. Siamo noi a decidere che storia racconta: un paese che si chiude, o una comunità che si guarda negli occhi senza smettere di fidarsi. Tu, passando sotto quella luce, in quale storia vuoi entrare?