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psicologia

Sei troppo altruista? Ecco cosa potrebbe nascondersi dietro questo comportamento

Pubblicato da
Gian Lorenzo Lagna

Dietro ad alcuni atteggiamenti altruistici possono celarsi ossessioni e compulsioni malsane, in gran parte dovute a traumi infantili irrisolti. Scopriamo quali e perché.

In una società ammaliata dalla competizione sfrenata e a tutti i costi, c’è ancora spazio per l’altruismo? La risposta è rassicurante ed è sì: per quanto preferiscano mantenere un profilo basso, perché solitamente sono anche umili, e nonostante le loro gesta vengano considerate dèmodè dai media e per questo trascurate, le persone altruiste sono tutt’altro che “persone d’un tempo” oppure estinte.

L’altruismo può essere di tipo genuino o di tipo patologico – Liquida.it

Non rincorrono la ribalta, né vanno in cerca di visibilità e copertine oppure selfie, e per questo soprattutto nell’era di internet non emergono con pagine dedicate alla loro persona, ricolme di autoscatti, primi piani e sorrisi per ogni occasione. Dunque non esistono? Tutt’altro: forse per il web, e forse sono “merce rara”, “mosche bianche”, ma presenti nella vita di ciascuno di noi. 

E l’altruismo, quando si presenta nella sua genuinità, risulta davvero una rassicurazione senza pari: conduce a fiducia, apertura, bontà, collaborazione, scambio, confronto e conforto e stimola a ricercare e quindi ad esprimere il meglio delle nostre qualità. Tuttavia esistono forme di altruismo non genuine, che possono celare atteggiamenti assai diversi e distanti da quelli legati ad uno spirito incondizionato di empatia, sostegno e solidarietà: in alcuni casi, sono camuffamenti in cerca di riconoscimento sociale; in altri, incapacità di prendersi cura della propria vita, occupandosi e preoccupandosi di quelle altrui per avere un alibi che giustifichi l’impossibilità di riservare sufficiente attenzione nei confronti di se stessi. Proviamo a comprenderli nel dettaglio.

Altruismi patologici, compulsivi, ossessivi e nevrotici: cosa sono e quali caratteristiche manifestano

Avete mai sentito parlare della sindrome da crocerossina, detta anche sindrome di Wendy? Si tratta della tendenza a ritenere che i bisogni altrui abbiano maggior necessità di essere soddisfatti rispetto ai propri.

In alcune circostanze, ciò può essere senz’altro il caso: ad esempio, se un nostro caro amico o famigliare si ritrova improvvisamente e temporaneamente immerso in una situazione drammatica, assai complessa da risolvere con le sole proprie forze. Mentre noi ci troviamo a vivere in una condizione di prevalenti agio e benessere senza alcuna complicata incombenza da affrontare, dare priorità alle necessità della persona a noi cara che vive quella circostanza di particolare difficoltà rientra negli atteggiamenti di altruismo genuino.

La sindrome di Wendy prende il nome dal personaggio della compagna di Peter Pan nel romanzo di J. M. Barrie – Liquida.it

Viceversa, quando siamo noi a vivere situazioni di complessità, magari che si protraggono nel tempo senza venire mai risolte. Diamo sistematicamente priorità a disagi di assai minor o uguale gravità di altre persone, ecco che compare un campanello di allarme: questo atteggiamento potrebbe rappresentare la nostra tendenza a non voler risolvere i problemi della nostra vita, attribuendo una falsa maggior importanza a quelli altrui come scusa per non affrontare i nostri. Questo comportamento può apparire come altruistico, ma in realtà va in cerca di problemi altrui – spesso lievi o addirittura più simili a “fastidi” facilmente risolvibili se non addirittura ovviabili – per “cibarsene” in modo bulimico, trascurando masochisticamente le proprie necessità reali. Le quali, venendo sistematicamente trascurate, tendono ad ingigantirsi, in una spirale viziosa di peggioramento.

In altri casi, invece, l’altruismo può rivelarsi una forma mascherata di ricerca egoistica e, in alcuni casi, spasmodica di riconoscimento sociale: le azioni altruistiche che compiamo non sono incondizionate e dettate da empatia, bensì assimilate a sorta di “moneta di scambio”. Questo atteggiamento veniva descritto dai latini come un “do ut des”, ovvero come un interessato ed opportunistico comportamento di offerta finalizzato esclusivamente al ricevere (lodi, apprezzamenti, riconoscimenti, ma anche beni materiali di varia natura).

In questi casi è bene accorgersi dei camouflage in atto: sia per non cadere nelle trappole fintamente altruistiche di persone in realtà opportuniste (se le stiamo subendo), sia per non infliggere delusioni gravi e promuovere sfiducia nelle nostre relazioni (se le stiamo perpetrando). Perché non vi è nulla di tanto amaro quanto lo scoprire che, sotto al telo, il candido Dorian Gray nascondeva in realtà il ritratto di uno spirito assai compromesso e predatore.

Gian Lorenzo Lagna

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