Un bivio italiano: da una parte la spinta dei club, dall’altra la visione delle istituzioni. In mezzo, la panchina più pesante di tutte. Questa è la storia di come la Nazionale ha scelto la sua rotta e perché quella scelta parla ancora a noi.
Il calcio italiano vive di equilibri sottili. La panchina azzurra non è solo un incarico: è un simbolo. Nelle stanze di Coverciano e nei corridoi dei palazzi sportivi, ogni decisione ha un’eco politica. E quando si parla di commissario tecnico, quell’eco diventa un boato.
All’epoca, la Lega Serie A voleva contare. Aveva spinto, aveva investito capitale politico, e vedeva in Antonio Conte il profilo ideale: intensità, disciplina, risultati immediati. Secondo ricostruzioni di quei giorni, i club preferivano una guida “da campo”, con gerarchie chiare e un modello replicabile.
Dall’altra parte c’era la regia istituzionale. In un sistema commissariato e scosso dall’assenza del Mondiale, la parola di Giovanni Malagò pesava. L’urgenza non era solo vincere. Era rifondare un’identità. Riaccendere l’orgoglio. Rimettere in circolo talento.
Perché Malagò ha scelto Mancini
A metà di quel braccio di ferro, arriva la decisione: puntare su Roberto Mancini come nuovo ct della Nazionale. Nonostante il favore dei club per Conte. Perché? Per almeno tre ragioni chiare.
Primo: progetto tecnico. Mancini portava un’idea propositiva, palleggio corto, coraggio sugli esterni, fiducia nei giovani. Non promesse generiche, ma un metodo. In poco tempo avrebbe lanciato oltre cinquanta esordienti, aprendo porte a chi nei club giocava poco.
Secondo: disponibilità e contesto. Conte era già nell’orbita dei top club europei, con richieste economiche e operative da allenatore quotidiano. La Nazionale chiede un’altra fibra: gestire cicli, creare appartenenza, accettare pause lunghe e raduni brevi.
Terzo: simboli. Serviva un volto capace di unire. Mancini parlava semplice e guardava avanti. Le sue prime conferenze segnarono il cambio d’aria: niente alibi, poche pose, molta officina.
I fatti, poi, hanno dato materiale concreto. L’Europeo 2020 vinto a Wembley, con una squadra elastica e feroce. Il record mondiale di 37 partite senza sconfitte, un filo di gioco che ha tenuto insieme veterani e scoperte. Due terzi posti in Nations League. Dati ufficiali alla mano, la percentuale di vittorie sotto Mancini è rimasta oltre il 60%. C’è anche l’ombra, inevitabile, della mancata qualificazione al Mondiale 2022: una ferita che riequilibra il giudizio e ricorda quanto sia spietata la competizione internazionale.
E Conte? Il confronto è onesto solo se completo. Con lui l’Italia di Euro 2016 ha battuto il Belgio, ha eliminato la Spagna, ed è uscita ai rigori con la Germania. Identità fortissima, 3-5-2 scolpito, rendimento solido: 14 vittorie, 7 pareggi, 4 sconfitte in 25 gare. Una Nazionale “operaia” e lucidissima nei dettagli.
Cosa ci dice oggi quella scelta
La verità è che non esiste un solo modo per guidare l’Italia. Conte è un comandante. Mancini è un architetto. La scelta di Malagò ha privilegiato la costruzione di una cultura di gioco e la rigenerazione del gruppo. Ha chiesto tempo, e in parte lo ha ripagato con un trofeo che mancava dal 1968.
Resta una scena che molti ricordano. Mancini che abbraccia Vialli sul prato di Wembley. Non era solo calcio, era riconoscersi in una storia comune. È forse questo il punto: al netto di pressioni e preferenze, una panchina così pesante chiede un’idea che ci somigli. Oggi, davanti a ogni nuovo bivio, sappiamo cosa chiedere: risultato o visione? O, chissà, il coraggio di volere entrambe.