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Categorie: Attualità

Il Paradosso Sportivo: Tara Dragas, Campionessa Europea di Ginnastica Ritmica, Bocciata alla Maturità per un 4 in Discipline Sportive

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Una ragazza che vola tra nastro e palla. Poi rientra in classe, si siede all’ultimo banco e scopre che quel volo non basta. La pedana le dà applausi, il registro un 4. Non è una trama: è il cortocircuito tra talento, regole e sguardi adulti.

Tara Dragas è uno di quei nomi che il pubblico della ginnastica ritmica inizia a riconoscere a orecchio. Agli Europei 2026, ha chiuso quarta nella specialità della palla e settima nel concorso generale individuale. Tradotto: è già nell’élite, nel format olimpico più duro.

Fuori dalla pedana, però, il racconto cambia. Tara è una studentessa. Prende appunti, fa verifiche, cerca di non sforare con le assenze. Si allena tanto. In media, per atlete di questo livello, si parla di 30-35 ore a settimana. A volte di più, vicino alle gare. È il prezzo invisibile della precisione: ripetere, perfezionare, ripetere ancora.

Fin qui, normale fatica da studentessa-atleta. Il punto centrale arriva dopo, e spiazza. Non è stata ammessa agli esami di maturità. Motivo dichiarato in pagella: anche un 4 in Discipline Sportive. Sì: insufficiente in educazione fisica. Un paradosso che si spiega? Forse. Si giustifica? Dipende da come guardiamo la scuola.

Non conosciamo tutti i dettagli del consiglio di classe. Non sappiamo la media nelle altre materie né le assenze precise. Questa parte resta non pubblica. Ma sappiamo che la scuola italiana chiede la sufficienza in ogni disciplina per l’ammissione, con margini di autonomia ai docenti. E qui si apre la vera domanda: come si valuta una studentessa che in pedana è già “grande”?

Quando la scuola incontra l’alto livello

Negli ultimi anni, gli istituti hanno strumenti per gestire le carriere sportive di vertice. Esistono piani personalizzati per gli studenti-atleti di alto livello, flessibilità sugli orari, verifiche programmate, didattica a distanza in periodi di gara. Non prevedono scorciatoie. Prevedono, piuttosto, un adattamento: equivalenze tra carichi di allenamento e obiettivi di educazione motoria, prove alternative per le parti non praticabili, valorizzazione delle competenze già acquisite.

Se il piano c’è ma non funziona, si rinegozia. Se non c’è, si crea. La logica è semplice: valutare ciò che è valutabile in modo equo. Postura, conoscenze teoriche su anatomia e prevenzione infortuni, collaborazione, sicurezza, gestione dello sforzo. La ritmica, poi, aggiunge finezza: coordinazione, ritmo, mobilità, precisione tecnica. Elementi che, se riconosciuti, dicono già molto di una persona in movimento.

Il nodo della valutazione

La valutazione scolastica non misura le medaglie. Misura obiettivi didattici. È giusto. Ma un 4, per chi arriva settima in all-around, suona come una nota stonata. Spesso il voto in educazione fisica scivola su tre fattori: partecipazione alle lezioni, progressi personali, rispetto delle consegne. Se mancano presenze, il voto crolla. Eppure un atto di buon senso esiste: costruire una rubrica chiara, condivisa a inizio anno, che includa dossier di attività sportive esterne, prove teoriche, progetti su nutrizione e prevenzione, tutoraggio con il docente di Discipline Sportive. Così il voto diventa leggibile, anche severo se serve, ma non miope.

C’è un’immagine che non mi lascia: la stessa ragazza che infila un pivot perfetto davanti a migliaia di persone, e il giorno dopo corre tra una lezione e un massaggio, con il ghiaccio sul ginocchio. Se la scuola è davvero il luogo che riconosce il merito, allora merita una domanda in più: che cosa significa, oggi, “meritare un 6”? E siamo sicuri che la risposta resti uguale per tutti, a prescindere da quanto in alto si prova a volare?

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