Una notizia che pesa e si siede accanto in silenzio: il Paese saluta il Cardinale Camillo Ruini, figura che per decenni ha parlato alla coscienza italiana, con tono fermo e occhi puntati sull’essenziale. È un addio che riapre memorie, dibattiti, stagioni intere della nostra vita civile.
Se n’è andato a 95 anni, dopo una malattia di cui si parlava da tempo. Ex presidente della CEI, protagonista dei rapporti tra Chiesa italiana e politica negli anni Novanta e Duemila, Ruini ha attraversato le nostre cronache con un’idea chiara: il Vangelo non resta in sacrestia, entra nella città. Non per occupare spazi, ma per offrire un orizzonte. A chi lo amava appariva lucidissimo, a chi dissentiva sembrava inflessibile. Ma tutti, quasi tutti, gli riconoscevano una cosa: la coerenza.
Era classe 1931, formazione solida, stile sobrio. Prima vescovo ausiliare a Reggio Emilia-Guastalla, poi segretario generale della CEI (1986-1991) e quindi presidente per un lunghissimo mandato (1991-2007). In quegli anni diventò anche Vicario del Papa per la diocesi di Roma (1991-2008), guidando la capitale verso il Giubileo del 2000, che portò in città decine di milioni di pellegrini e un’energia che ancora oggi, a distanza, si avverte nei racconti di chi c’era.
Ruini non cercò mai “una nuova DC”. Puntò invece su laici consapevoli, capaci di stare nella mischia senza perdere bussola. Lanciò e sostenne il Progetto culturale della CEI, un percorso di lungo periodo per tenere insieme fede, scuole, università, media, imprese culturali. Un lavoro poco visibile, ma che cementò reti e linguaggi comuni.
Sul piano pubblico, il suo segno resta in alcuni snodi concreti. Nel 2005, durante il referendum sulla fecondazione assistita, sostenne la scelta dell’astensione. L’affluenza si fermò al 25,9%: il quorum non fu raggiunto. Ruini la lesse come conferma che i cattolici potevano incidere sulle leggi senza gridare, muovendo coscienze e argomenti. Per molti fu la prova della sua efficacia. Per altri, il simbolo di un’influenza troppo pervasiva. Lui continuò per la sua strada, convinto che famiglia, vita, scuola paritaria e libertà educativa non fossero “temi di parte”, ma ossa portanti della società.
Non bastano i dossier a raccontarlo. Chi l’ha incontrato ricorda una calma che non si finge, la pazienza dei ragionatori. Parlava piano, ma sapeva quando alzare la voce. Dietro i comunicati c’era un pastore: ha accompagnato parrocchie, sacerdoti, movimenti, mettendo in contatto mondi che raramente si parlavano.
Cosa lascia oggi il Cardinale Camillo Ruini? Un metodo, prima di tutto: prendere sul serio lo spazio pubblico senza perdere l’anima. E un invito a non delegare la fede ai professionisti del sacro né la democrazia ai professionisti del potere. Il suo “ruinismo” è stato spesso ridotto a etichette. Ma dentro quelle etichette ci sono scelte precise: costruire, non solo reagire; argomentare, non solo protestare.
Al momento non sono noti dettagli verificabili su date e luoghi delle esequie. Quel che c’è, invece, è una scia di domande. In un tempo che corre, dove tutto è opinione e nulla è giudizio, chi si prende la responsabilità di dire “questo conta, questo viene prima”? E noi, nel nostro piccolo, siamo ancora capaci di tenere insieme carità e verità, dialogo e fermezza?
Forse l’immagine giusta è una luce accesa in un chiostro al tramonto: non abbaglia, ma indica la via. Spetta a noi decidere se seguirla o lasciare che la sera faccia il suo corso.
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